fotoIntroduzione
La prima parte di questo articolo ha lo scopo di sintetizzare il report: “Controllo dell’applicazione del diritto dell’Unione europea. Il caso Italia” (allegato I) in cui vengono evidenziate le continue inadempienze del nostro Paese nell’attuazione del diritto comunitario. Nella seconda parte, invece, si è richiamata “La Peste italiana” ossia il c.d. “Libro Giallo” che ha dimostrato la continua strage di leggi, di diritto, di principi costituzionali, di norme e di regole che avrebbero dovuto governare la convivenza civile della democrazia italiana.

Questo lavoro, in sintesi, da un lato fornisce dati e strumenti per eventuali future iniziative politiche e dall’altro sottolinea che una prima versione della tanto evocata “requisitoria” sia stata già scritta con la “Peste italiana”. Come si vedrà i due documenti hanno diversi punti in comune quali ad esempio la rilevanza che rivestono le questioni territoriali ovvero la consistenza delle ricorrenti inadempienze dei livelli regionali e comunali delle istituzioni, sia per quanto attiene al diritto d’origine comunitaria che per quanto concerne quello interno.

1.0 Controllo dell’applicazione del diritto dell’Unione europea
Coloro che vogliono concorrere a far conoscere e cessare le gravi mancanze dello Stato italiano nell’attuazione del diritto, non possono evitare di studiare in modo approfondito i rapporti annuali della Corte di Giustizia e quelli della Commissione europea inerenti al giudizio ed al controllo del diritto dell’Unione, vista la supremazia del diritto comunitario su quello interno degli Stati membri. Dalla lettura di questi report si evincono due dati fondamentali: 1) l’Italia è lo Stato membro contro il quale la Commissione ovvero la CGUE ha emanato più procedimenti e sentenze; 2) solo il 15% delle procedure di infrazione avviate contro gli Stati membri arrivano dinanzi alla Corte di Giustizia. Il primo punto, quindi, dimostra la correttezza della tesi Radicale: l’Italia è lo Stato membro che, in modo preminente, si trova ad essere in palese violazione del diritto dell’UE. Il secondo punto, invece, avvalora l’idea di rivolgersi agli organismi sovranazionali al fine di risolvere problemi che, come vedremo più avanti, possono riguardare questioni perfino locali.

1.1 Le procedure di infrazione contro l’Italia
La Commissione europea può aprire un contenzioso contro uno Stato membro, ai sensi dell’art. 258 del TFUE, quando quest’ultimo non pone rimedio all’asserita violazione del diritto dell’UE. Nell’anno 2014, l’Italia ha raggiunto nuovamente il primato di procedure d’infrazione ancora pendenti al 31 dicembre. Il nostro Paese si attesta, insieme alla Grecia, al primo posto tra i 28 Stati membri dell’Unione, con ben 89 contestazioni. Il triste primato italiano non risulta essere occasionale ma bensì reiterato così come dimostrato  dai dati riportati di seguito.

Nell’anno 2013 l’Italia era sottoposta a ben 104 procedimenti in corso, seguita dalla Spagna con 90 e la Grecia con 79; medesima tendenza anche per il 2012: l’Italia ancora primeggiava con 99 procedure, il Belgio con 92 e la Spagna con 91; stesso trend confermato nel 2011: Italia 135, Grecia 123 e Belgio 117; ed anche nel 2010 stessa storia, infatti il primo posto, anche se condiviso con il Belgio, era sempre il nostro con 128 infrazioni, terza la Grecia con 125. Il sintesi l’Italia è quasi sempre prima, invero dal 2014 al 2002 solo due volte siamo stati superati dalla Francia (nel 2002 e 2003) che ci ha relegato al secondo posto.

Il 2015 non si prefigura di certo migliore, infatti dagli ultimi aggiornamenti, datati 22 ottobre 2015, si evince come le procedure di infrazione pendenti contro l’Italia siano 97 (otto in più rispetto a quelle ancora aperte al 31 dicembre del 2014), di cui 74 per violazione del diritto dell’Unione e 23 per mancato recepimento di direttive. I settori maggiormente colpiti sono: Ambiente 21; Trasporti 12, Fiscalità e dogane 8, Affari economici e finanziari 7.

Le procedure di infrazione possono comportare degli oneri diretti a carico degli Stati inadempienti, a seguito della condanna da parte della Corte di Giustizia al pagamento di sanzioni, in esito ai ricorsi ex art. 260 TFUE. Tuttavia, anche a prescindere dalla comminazione di sanzioni, le procedure di infrazione possono comportare oneri finanziari per lo Stato membro interessato, derivanti dall’adozione delle misure finalizzate al superamento del contenzioso con l’Unione Europea. In tale accezione, possono configurarsi diverse tipologie di oneri finanziari, tra cui si evidenziano:

  • spese connesse a misure compensative di danni ambientali, presenti nelle procedure di infrazione del settore ambiente;
  • oneri amministrativi connessi, in linea di massima, alla necessità di attività a carico di strutture della Pubblica Amministrazione;
  • minori entrate per l’erario, dovute principalmente a diminuzione di imposte e altri oneri contributivi;
  • spese relative all’adeguamento delle violazioni in materia di lavoro, nell’ambito del pubblico impiego e del comparto della previdenza;
  • oneri per interessi moratori, derivanti da ritardi nei pagamenti di somme dovute a carico del bilancio dello Stato.

1.2 Le condanne della Corte di Giustizia dell’Unione europea contro l’Italia
Qualora uno Stato membro, nonostante la procedura di infrazione in corso, continui a violare il diritto comunitario, può essere deferito una prima volta (ex art. 258 del TFUE) alla Corte di Giustizia dell’Unione europea. Laddove lo Stato membro venisse condannato e nonostante la sentenza continuasse a non rispettare quanto stabilito dalla Corte, la Commissione europea potrebbe decidere di deferire nuovamente (ex art.260 del TFUE) il Paese alla CGUE. In caso di ennesima condanna (la seconda sulla stessa procedura di infrazione) la Corte può stabilire il pagamento di una multa pecuniaria, così suddivisa: sanzione forfettaria più una sanzione giornaliera o semestrale da corrispondere all’UE fin quando lo Stato non ottempera alla prima sentenza.

Le  sentenze su ricorso per inadempimento di uno Stato, per gli anni che vanno dal 2010 al 2014, vedono l’Italia al primo posto con 34 condanne, al secondo posto la Spagna con 32 ed al terzo posto il Belgio con 26 condanne. V’è da sottolineare che dal 2005 al 2009 la situazione non era di certo migliore, infatti l’Italia con 117 deferimenti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, conseguenti a ricorsi per inadempimento dello Stato, primeggiava tra i membri UE, seguivano la Grecia con 103 ed il Lussemburgo con 90 deferimenti. Al record di deferimenti corrispondeva di tutta evidenza quello delle condanne, tant’è che tra il 2005 ed il 2009 il nostro Paese è stato condannato per ben 72 volte.

Ad oggi quattro sentenze della Corte contro l’Italia sono giunte a doppia sentenza (ex art. 260 del TFUE) e sono:

1. Causa C‑496/09 relativa al regime di aiuti concessi dall’Italia per interventi a favore dell’occupazione. Tali interventi sono stati dichiarati illegali ed incompatibili con il mercato comune ovvero la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi su di essa pendenti. A seguito di ciò, il nostro Paese ha pagato una multa forfettaria di 30.000.000 euro più due multe periodiche di 16.533.000 euro e di 6.252.000 euro.

2. Causa C‑196/13, relativa a 198 discariche non bonificate in Italia. La condanna contro l’Italia prevede come sanzioni, una multa forfettaria di 40 milioni di euro ed una multa semestrale di 39.800.000 euro. La prossima scadenza è prevista per il 2 dicembre 2015.

3. Causa C‑653/13 relativa alla cattiva gestione dei rifiuti in Regione Campania. In questo caso la CGUE ha condannato l’Italia a pagare una penalità di 120.000 euro per ciascun giorno di ritardo nell’attuazione della prima sentenza oltre una somma forfettaria di 20 milioni di euro.

4. Causa C-367/14 relativa alle riduzioni e/o sgravi dagli oneri sociali concessi tra il 1995 ed il 1997 ad un gruppo di imprese del territorio di Venezia e Chioggia. Tali aiuti di stato erano incompatibili con il mercato comune. La CGUE, visto che il nostro Paese non ha adempiuto alla sentenza del 2011 per la causa C-302/09 ossia non ha recuperato quando doveva, ha condannato l’Italia a pagare una somma forfettaria di 30 milioni di euro e a versare una penalità di  12 milioni di euro per ogni semestre di ritardo, per aver ritardato nel recupero di aiuti incompatibili con il mercato comune.

Dai dati forniti dalla Commissione europea il 30 settembre 2015, si evince che tra i 28 Stati membri dell’Ue, l’Italia si attesta come il paese ad aver pagato le multe pecuniarie più alte. Parliamo di una cifra pari a 152.585.000 euro, seguono la Francia e la Spagna rispettivamente con 88.520.850 e 53.900.000 euro.

1.3 La Commissione europea ovvero la Corte di Giustizia e le questioni locali
L’avvio di una procedura di infrazione è conseguente ad un atto avviato direttamente dalla Commissione europea oppure può derivare da una denuncia presentata dai cittadini, dalle imprese o da altre organizzazioni che provino potenziali violazioni del diritto dell’UE. Negli ultimi quattro anni diverse segnalazioni arrivate a Bruxelles sono giunte proprio dall’Italia. Per esempio:

Anno 2014: Ia Spagna (553), IIa Italia (475), IIIa Germania (276).

Anno 2013: Ia Italia (472), IIa Spagna (439), IIIa Germania (297):

Anno 2012: Ia Italia (438), IIa Spagna (306), IIIa Francia (242);

Anno 2011: Ia Italia (386), IIa Spagna (306), IIIa Germania (263).

Generalmente le segnalazioni presentate dai cittadini riguardano presunte violazioni del diritto comunitario attinenti a questioni locali. A titolo d’esempio si pensi che le discariche abusive oggetto della sentenza della CGUE del 2 dicembre 2014, sono ubicate in 198 località del nostro Paese appartenenti territorialmente a diverse Regioni: Abruzzo (28), Basilicata (2), Calabria (43), Campania (48), Emilia Romagna (1), Friuli Venezia Giulia (1), Lazio (21), Liguria (6), Lombardia (4), Marche (1), Molise (1), Piemonte (1), Puglia (12), Sardegna (1), Sicilia (12), Toscana (6), Umbria (1) e Veneto (9).

Altro esempio può essere quello relativo alla condanna della Corte relativa alla cattiva gestione dei rifiuti in Campania. In questo caso specifico, la Corte ad esempio si è occupata  anche dei siti di stoccaggio illegali delle ecoballe ubicati in alcuni comuni campani quali: Caivano, Terzigno, Acerra, Marigliano, Villa Literno, Santa Maria La Fossa, San Tammaro, Eboli e Battipaglia.

Un altro enorme problema che riguarda le comunità locali è quello delle acque reflue, tant’è che in merito al trattamento, o meglio al mancato trattamento, delle acque ad uso urbano od industriale, la Commissione europea ha avviato contro l’Italia ben tre procedure di infrazione: la 2014_2059; la 2009_2034 e la 2004_2034. Su due di queste pendono contro l’Italia altrettante condanne della Corte. Di fatto ad oggi tutte le Regioni sono sotto infrazione. Basti pensare che il numero di agglomerati urbani non a norma supera i 1000, sparsi per l’appunto per l’intero territorio nazionale. La Sicilia con 175 ha il maggior numero di agglomerati non a norma. Segue la Calabria con 130. La Lombardia con 128 e la Campania con 125. Nel 2016 la Corte potrebbe decidere di condannare l’Italia al pagamento di una somma molto alta dovuta all’elevato numero di enti locali coinvolti, infatti l’inottemperanza alla normativa europea coinvolge 19 Regioni ossia  circa 2.500 comuni. Una prima simulazione relativa alle possibili sanzioni pecuniarie stima l’importo annuo in circa mezzo miliardo di euro l’anno, dal 2016 e fino al completamento delle opere. Il calcolo delle penalità in milioni di euro è così suddiviso: Sicilia 185, Lombardia 74, Friuli Venezia Giulia 66, Calabria 38, Campania 21, Puglia e Sardegna 19, Liguria 18, Marche 11, Abruzzo 8, Lazio 7, Piemonte e Val d’Aosta e Veneto 5. TOTALE 482 MILIONI di euro.

Altre procedure di infrazione riguardano questioni “locali” quali  quelle: sulla qualità dell’aria ed in particolare l’obbligo di rispettare i livelli di biossido di azoto (NO2); sull’ affidamento dei lavori di costruzione e gestione dell’autostrada Civitavecchia – Livorno; sulla cattiva applicazione della direttiva 2008/50/CE relativa alla qualità dell’aria per il superamento dei valori limite di PM10; per la cattiva applicazione della direttiva 98/83/CE relativa alla qualità dell’acqua destinata al consumo umano per alti valori di arsenico; per lo stabilimento siderurgico dell’ILVA di Taranto; sulla conformità delle discariche della provincia di Roma e Latina e per l’affidamento del servizio di gestione del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti presso i comuni di Reggio Emilia, Parma e Piacenza.

E da sottolineare inoltre che solo pochi giorni fa ossia il 23/10/2015, la Commissione europea ha aperto un nuovo procedimento contro l’Italia, il 2015_2165,  per la mancata revisione dei piani di gestione dei rifiuti, prevista ogni sei anni dalla direttiva 2008/98. Bruxelles ha verificato l’attività di aggiornamento, riscontrando inadempienze per tutte le Regioni e Province autonome italiane ad eccezione di Lazio, messosi in regola nel 2012, Marche, regolarizzatesi nel corso di quest’anno, Puglia e Umbria, non ancora in ordine ma che hanno tempo sino a fine anno per farlo.

Come già evidenziato in apertura, solo circa il 15% delle procedure di infrazione arrivano innanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione europea e ciò significa che gli Stati membri, compresa l’Italia, risolvono una gran parte dei problemi in tempo utile. Dunque per i cittadini, rivolgersi alla Commissione europea può essere un ottimo modus operandi idoneo per risolvere questioni locali che gli enti predisposti non hanno volontà di dirimere.

I Radicali hanno più volte utilizzato questo strumento denunciando lo Stato italiano dinanzi alla Commissione europea per il mancato rispetto di diversi obblighi comunitari, in particolare per:  lo smaltimento dei rifiuti nelle discariche; la presenza di arsenico nelle acque del Lazio; l’ assenza di impianti di trattamento ovvero di depurazione in diversi comuni e l’elevato inquinamento nella Valle del Sacco. Alcune di queste denunce hanno portato la Commissione europea ad aprire diverse procedure di infrazione, inoltre per quanto riguarda il problema dello smaltimento dei rifiuti, la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha già condannato il nostro Paese sul caso Lazio. Questo strumento, a parer di chi scrive, può e deve essere di patrimonio comune, proprio per questo il 19 gennaio 2015 ho presentato un vademecum dal titolo “Denuncia alla commissione europea riguardante inadempimenti del diritto comunitario. Uno strumento utile per risolvere questioni nazionali e locali.” (allegato II)

1.4 Le sentenze della Corte di Giustizia e la Corte dei conti
La Corte dei Conti ultimamente, anche grazie a delle segnalazioni giunte dal movimento Radicale, ha aperto diversi fascicoli di indagine conseguenti alle decisioni della Commissione europea ovvero alle sentenze della Corte di Giustizia. E’ il caso della Procura regionale della Campania che ha dato mandato alla Guardia di Finanza al fine di trovare i responsabili delle condanne pecuniarie inflitte dalla Corte per la questione delle ecoballe e delle discariche abusive. Inoltre, sempre la stessa Magistratura contabile ha aperto un fascicolo di indagine in merito ai trentuno milioni di euro di fondi europei del FESR (Fondo Europeo Sviluppo Regionale) persi dall’Italia per effetto della procedura di infrazione 2007/2195 avviata il 29 giugno 2007 dalla Commissione europea contro il nostro Paese per non aver adottato in Regione Campania tutte le misure affinché i rifiuti venissero smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo, né danni per l’ambiente, e per non aver creato una rete integrata e adeguata di impianti di smaltimento.

Un discorso a parte meriterebbero: “le decisioni della Commissione europea riguardanti le rettifiche finanziarie imposte all’Italia nel quadro giuridico della politica agricola comune (PAC)” (allegato III). Bruxelles, in sintesi, basa le sue rettifiche finanziarie sull’individuazione degli importi spesi indebitamente e sulle implicazioni finanziarie per il bilancio. L’importanza dell’argomento è testimoniata da quanto detto il 25 giugno 2015, dal Dott. Martino Colella – Procuratore generale presso la Corte dei conti – nel giudizio sul rendiconto generale dello Stato per l’esercizio 2014: “Non indifferente incidenza sul bilancio statale hanno anche le rettifiche finanziarie, adottate dalla Commissione europea, nei confronti dell’Italia, nei sei anni dal 2007 al 2013, per un ammontare di complessivi euro 916.260.344,90.”

2.0 La “Peste italiana”: la narrazione Radicale
L’Italia, però, non è inadempiente solo nei confronti del diritto comunitario ma lo è anche in relazione al suo diritto interno. I Radicali, su questo, sono stati già protagonisti di un’eccellente narrazione: “La Peste italiana”. Un documento che, nonostante non fosse rivolto alle giurisdizioni sovranazionali, può essere a tutti gli effetti definito una prima “requisitoria” contro il Regime. Tanto è vero che nell’introduzione si legge: “In queste pagine, è descritta una lunga e continuata strage di leggi, di diritto, di principi costituzionali, di norme e di regole che avrebbero dovuto governare la convivenza civile della democrazia italiana. Con un’avvertenza: la strage di legalità ha sempre per corollario, nella storia, la strage di persone.”

Correva l’anno 2009, un gruppo di persone guidate da Marco Pannella decise di incontrarsi costantemente per scrivere quello che oggi ricordiamo anche con il nome di “Libro Giallo” ossia “Una storia di distruzione dello Stato di diritto e di (re)instaurazione di un regime (neo)totalitario. La storia di un’alternativa democratica ancora possibile.” Pochi ricordano, però, che quel documento, almeno nella prima versione, fu scritto prima delle elezioni europee. Tant’è che la riuscita di quell’ambizioso progetto era la condizione necessaria ma non sufficiente per un’eventuale presentazione all’imminente tornata elettorale. Proprio per questo fu costituito: “il Gruppo di Iniziativa di Satyagraha 2009 per lo Stato di diritto e la Democrazia cancellati in Italia”. Quel libro, ancora oggi, descrive un sessantennio di partitocrazia e narra le battaglie referendarie, nonviolente ed istituzionali dei Radicali. In quell’occasione per la prima volta venne messo nero su bianco, in modo quasi completo, la nostra storia che è storia del Paese.

La seconda versione della “Peste italiana”, terminata di scrivere nel 2011, comprendeva il capitolo 17 dal titolo: “la peste antidemocratica dilaga: i costi della casta e il contagio delle regioni” con il seguente incipit: “gli effetti della Peste italiana non risparmiano i livelli regionali e locali delle istituzioni, anzi dilagano grazie a una ancor minore possibilità di controllo da parte dell’opinione pubblica su gestioni “amministrative” dissennate, delle quali destra centro e sinistra condividono sostanzialmente le responsabilità politiche.” I paragrafi di questo capitolo erano: Lombardia: la sussidiarietà confessionale” “Lazio: “spoil system” all’amatriciana” “La Basilicata: veleni politici e industriali”. In parole povere in quella sede anche le questioni locali ebbero dignità di essere approfondite e trovarono quindi la loro naturale collocazione nel “Libro Giallo”.

2.1 Un capitolo da approfondire: i livelli regionali e locali delle istituzioni.
Dalla lettura della “Peste Italiana” si evince come nella prassi Radicale lo strumento delle denunce sia stato utilizzato soprattutto per adire alle giurisdizioni interne. Oltre ciò tale mezzo si è rilevato più preciso ed efficace nei casi in cui le segnalazioni sono partite da nostri eletti poiché la conoscenza degli atti e delle consuetudini partitocratiche è sicuramente facilitata dal vivere internamente le istituzioni. Ciò di per sé non giustifica la presenza radicale in tutte le elezioni locali, anzi. Anche se è fuori dubbio che le esperienze della Lista Bonino Pannella in Regione Lazio, di Riccardo Magi al comune di Roma e di Marco Cappato al comune di Milano siano state un valore aggiunto per l’iniziativa Radicale. Pur tuttavia continua ad esserci una difficoltà nella narrazione ovvero nella descrizione univoca di quanto accade nei livelli regionali e comunali delle istituzioni. Corriamo il serio rischio, quindi, di perdere questo patrimonio enorme di conoscenza e conseguentemente abbandoniamo la possibilità di contribuire alla denuncia organica delle violazioni del diritto che, da quel che pare, è una delle priorità di Radicali Italiani.

Eppure siamo stati coloro che hanno contribuito in modo sostanziale a far divampare questioni territoriali poi sono divenute nazionali, come: lo scandalo dei fondi regionali, l’inchiesta di Mafia Capitale e quelle sui sistemi Cerroni e Formigoni. Tra le altre cose, inoltre, siamo stati capaci di denunciare formalmente: l’inefficienza del capitalismo municipale, l’illecito business sugli immigrati e sui rom, l’illegalità nella raccolta firme, la svendita del patrimonio comunale, gli illeciti affidamenti diretti dei servizi e tanto altro.

Disperdere e dimenticare queste lotte, così come è avvenuto per l’esperienza triennale della Regione Lazio, non solo ci riduce la possibilità di evidenziare le inadempienze dello Stato italiano nei confronti della proprie leggi, bensì ci esclude l’opportunità di riflettere obiettivamente sull’utilità o meno di una presenza elettorale che, ultimamente, è invece stata lasciata al libero arbitrio e alla libera iniziativa di alcuni. La narrazione, quindi, delle ricorrenti inottemperanze dei livelli regionali e comunali delle istituzioni è indispensabile finanche per comprendere se ci sia o meno la c.d. “praticabilità di campo”. Anche perché se è vero come è vero che “gli effetti della Peste italiana non risparmiano i livelli regionali e locali delle istituzioni, anzi dilagano grazie a una ancor minore possibilità di controllo da parte dell’opinione pubblica su gestioni “amministrative” dissennate ..(..)” non si comprende perché questo libro non debba essere integrato a partire dalle esperienze istituzionali che i nostri eletti hanno avuto dal 2011 ad oggi.

Quindi, l’impellenza di mettere nero su bianco le azioni politiche Radicali nella sue appendici regionali e comunali può essere esercizio utile al fine di verificare il livello a cui è giunto il disfacimento dello Stato di Diritto in Italia affinché si possano trovare quegli strumenti utili per riaffermare la storia di un’alternativa democratica ancora possibile.

AllegatoI: Diritto UE, il caso Italia
Allegato II: Vademecum denunce CE
Allegato III: Rettifiche finanziarie CE