magiAlla vigilia del Congresso di Radicali Italiani, ritengo necessario affrontare apertamente i nodi che reputo cruciali e avanzare delle proposte per il futuro del nostro movimento che vive una crisi per molti ormai irreversibile.

Il partito monotematico e il partito della riforma
Nel precedente congresso ho fatto parte della grande maggioranza dei compagni radicali che ha deciso di votare la mozione Bernardini e, contestualmente, ho contribuito insieme ad altri compagni a presentare i tre emendamenti alla mozione generale (primi firmatari Cappato, Iervolino e Federico), riguardanti rispettivamente la mobilitazione per una campagna di iniziative popolari e la difesa dello strumento referendario, il rilancio della fondamentale priorità degli Stati Uniti d’Europa e le proposte per aggredire il ‘capitalismo inquinato’ italiano.
Con quella scelta intendevamo dare sbocco ed espressione politica alle divergenze che si erano indubbiamente manifestate all’interno del movimento nel corso del dibattito congressuale ma volevamo anche offrire la possibilità di un dialogo e di un confronto che consentisse, al di là del momento congressuale, una ricomposizione unitaria di tutto il movimento e la riconquista di una coesione politica che ci appariva e ci appare come necessaria nella situazione drammatica che dobbiamo affrontare.
Con lo stesso spirito e con le stesse intenzioni la grande maggioranza di noi scelse di non contrapporre altre candidature alla candidatura di Rita Bernardini a segretaria di Radicali Italiani. Giova ricordare che i tre emendamenti avevano ottenuto la netta maggioranza dei voti congressuali e il voto contrario della maggioranza dei presentatori della mozione generale. L’intervento di Marco Pannella sul finire del congresso, in contrasto con le posizioni di rottura perseguite da altri, ci sembrò prendere atto di quella nostra volontà di dialogo e ci fece sperare nella possibilità di una soluzione che, superando divisioni incomprensibili e pretestuose, consentisse a tutte le energie radicali di concorrere alla lotta politica e al rilancio della nostra organizzazione e di tutto il Partito Radicale.
Nelle settimane e nei mesi successivi quella speranza si è rivelata purtroppo illusoria. Il semplice aver chiesto una ricomposizione unitaria attraverso una politica di inclusione anziché di esclusione è costata ad alcuni l’accusa, assolutamente infondata di pretendere in un movimento radicale l’adozione di pratiche lottizzatorie, le stesse che rimproveriamo alla partitocrazia. Sta di fatto che, nella scelta della composizione della direzione di RI, quella che in congresso era risultata una minoranza, si è autoassegnata la maggioranza della direzione. E questo, credo, è stato il motivo del rifiuto opposto da Gianfranco Spadaccia e da Marcello Crivellini all’invito ad essi rivolto dalla segretaria Rita Bernardini di entrare in direzione. Di questa scelta in molti se ne sono dispiaciuti, perché in molti – io tra questi – abbiamo grande rispetto per l’impegno militante di Rita Bernardini che infatti abbiamo votato in congresso perché la mozione da lei presentata era stata, sia pure con l’integrazione di alcuni emendamenti, con convinzione approvata e votata.
Sono ricominciate le accuse di voler imporre al movimento una politica o delle scelte antipannelliane: una accusa che se non fosse palesemente strumentale e pretestuosa, sarebbe assolutamente ridicola. Dai cinquantenni in giù fino ai più giovani e giovanissimi (pochi, troppo pochi purtroppo), ci siamo tutti formati come militanti ispirandoci all’esempio e all’insegnamento di Marco, nel pensiero e nell’azione politica.
In cosa si sostanzierebbe il nostro antipannellismo? Nessuno si azzarda a spiegarcelo. Possiamo tentare di desumerlo però da alcune critiche esplicite, per esempio quando in congresso abbiamo presentato gli emendamenti integrativi della mozione generale (e che perciò, approvati dall’assemblea, ne fanno a tutti gli effetti parte) come da alcuni attacchi, alternati a insulti che da qualche tempo sembrano caratterizzare i rapporti interni a RI e all’intero partito radicale.
Gli emendamenti potevano essere condivisi o non condivisi. Il congresso mostrò di condividerli con una maggioranza consistente. Alcuni, pur condividendoli e votandoli, avrebbero preferito che l’integrazione della mozione generale si incentrasse su altri temi (tra gli altri ad esempio le riforme istituzionali ed elettorali, da affiancare alla riforma della giustizia). La minoranza che rifiutò di votarli lo fece invece in nome di una concezione monotematica delle lotte radicali, che per i radicali di questa generazione dovrebbe consistere nello scegliere come esclusivo punto di attacco al regime l’Amnistia e la Riforme della Giustizia. La richiesta dell’Amnistia e la Riforma della Giustizia come noi l’intendiamo rischiano di collocarci in una situazione di stallo e di isolamento? Proprio per questo, invece di affiancare ai diritti dei detenuti e alla Riforma della Giustizia altre lotte ed altri obiettivi di riforma, dovremmo concentrarci – secondo i sostenitori di questa concezione – su quell’unico obiettivo e considerare le difficoltà del suo conseguimento come la prova che si tratta del punto nevralgico della conservazione degli assetti e degli equilibri dell’intero sistema partitocratico. In particolare da alcuni si sosteneva e si sostiene che dal divorzio in poi la monotematicità (in una sua accezione rigidamente esclusiva) sia diventata una caratteristica costante della storia radicale.
Al contrario il merito del Partito radicale è stato quello di essere e di comportarsi, dalla più intransigente delle opposizioni al regime partitocratico, come forza alternativa di governo delle istituzioni, propositiva di alcune priorità dalle quali sarebbe poi derivato un profondo rinnovamento dello stato e della società. E’ questo che ci ha consentito nel tempo di dialogare con alcuni settori dello schieramento politico, di non aver timore di assumere direttamente alcune responsabilità quando se ne sono presentate le condizioni e di comportarci sempre, anche dalla più dura delle opposizioni, come forza di governo. Politica di priorità, dunque, contrapposta alla generica omnicomprensività dei programmi dei governi di regime, di cui la monotematicità è solo una inutile e controproducente estremizzazione. Tanto per rimanere all’esempio del divorzio, esso fu la punta di diamante di una più vasta lotta per i diritti civili che si è spinta fino a rilanciare la lotta anticoncordataria: mentre la lotta per il divorzio era ancora in corso, il partito radicale – come ricorda di sovente Marco Pannella – raccoglieva le firme per altri diritti civili e per la riforma di alcuni settori della giustizia, incardinava la lotta contro il reato d’aborto, apriva con una disubbidienza civile la lotta antiproibizionista per la depenalizzazione del consumo degli stupefacenti e dava consistenza politica alla scelta antinucleare. Ma esempi simili si potrebbero utilmente trarre anche da periodi meno gloriosi della storia radicale.

La rottura dell’isolamento
Da questa impostazione sono derivate alcune conseguenze, a mio avviso negative per la vita del partito e l’efficacia della sua politica. La prima conseguenza è stata l’assenza di ogni iniziativa su qualsiasi tema che non riguardasse il meritorio impegno e la straordinaria attenzione indirizzati alla questione carceraria come punto di attacco nella lotta per la Amnistia e per la Riforma della Giustizia e la importante disubbidienza civile condotta personalmente da Rita Bernardini per la legalizzazione della cannabis, con le sue recenti conseguenze giudiziarie.
Eppure in questo anno l’Italia ha sperimentato un fenomeno nuovo, il renzismo, che ha rivoluzionato il quadro della sinistra italiana e fortemente modificato non i vizi strutturali e la cultura ma certamente l’assetto e gli equilibri della politica e quindi della partitocrazia italiana. E’ singolare che su Renzi e le novità che ha introdotto nella politica italiana come sulla sua controversa politica riformista, siano completamente mancati riflessione e dibattito da offrire a noi stessi e al paese.
Il Partito Radicale, che è stato a lungo in solitario il Partito della Riforma del sistema politico e delle istituzioni e ha sempre fatto di questo il terreno privilegiato della ricerca di una alternativa democratica al conservatorismo della partitocrazia, proprio questa volta è stato silenzioso e assente mentre aveva tutti i titoli per chiamare a raccolta le energie radicali e aggregare su questo energie intellettuali nelle università e nella stessa informazione.
Se da una parte al Governo Renzi va riconosciuto il merito di aver individuato i problemi che hanno impedito finora il processo di ammodernamento del Paese, dal lavoro, alla scuola, alla pubblica amministrazione, alle aziende pubbliche, dall’altro non ha mostrato la stessa determinazione nel centrare le soluzioni nette, chiare ed adeguate. In buona parte le sue rischiano dunque di essere riforme “a tempo”, che necessiteranno di nuovi interventi nei prossimi anni. Su questo la visione e capacità di proposta radicale poteva e può giocare un ruolo sicuramente costruttivo. D’altra parte però le riforme istituzionali da mesi al centro del dibattito hanno mostrato tutta l’inconsistenza del compromesso renziano. Una riforma elettorale che nel 2015 non faccia tesoro del modello uninominale secco, alla luce della storia dei modelli politici europei e di quello americano, non da certo segnali incoraggiati sull’impiego del grande bagaglio di consenso e potere di Renzi e della sua visione complessiva di politica. Stesso dicasi per la riforma del Senato, delle Città metropolitane e dell’istituto referendario che sacrificano in modi differenti, in nome di una presunta funzionalità, il potere reale e democratico dei cittadini. In particolare la riconquista dell’efficacia e del valore dello strumento referendario diviene una priorità d’impegno democratico sulla quale non è concesso arrendersi.
Si riteneva che questo sforzo sarebbe stato inutile e comunque ininfluente nel tentare di offrire al paese un diverso quadro di riferimento interrompendo il corto circuito delle banalità che ha contraddistinto il dibattito parlamentare in ogni settore del partito democratico e dell’intero schieramento politico? Non ignoro le condizioni di difficoltà e di isolamento nelle quali ci troviamo. Rimane il fatto che questa possibilità sia stata del tutto ignorata e che questa stessa domanda non sia stata neppure posta. Senza questi tentativi, senza queste iniziative, disertando questi temi, come si possono superare le nostre difficoltà, tirar fuori la testa dal guscio della nostra crisi, entrare in relazione con altri, uscire dal nostro isolamento. O come si può sbloccare, con qualche speranza di successo, la totale esclusione da ogni forma di dibattito e di informazione che siamo costretti a subire.

La peste non è l’analisi di un partito monolitico
Tutto questo viene messo nel conto del regime e della sua mancanza di democrazia. E questo ci porta alla seconda critica che viene rivolta ad una parte del movimento, al secondo “peccato” di cui in molti ci saremmo macchiati. Il nostro antipannellismo si sostanzierebbe nell’abbandono di fatto di ogni politica di intransigente opposizione al regime partitocratico. Viene di volta in volta rimproverato di essere divenuti la brutta copia dei 5 Stelle o gli utili idioti della partitocrazia. Avremmo voltato le spalle alle analisi e alle denunce contenute ne “La Peste italiana”, il libretto che nacque da un lungo lavoro comune nel corso dell’ultima campagna elettorale per le elezioni europee a cui partecipammo con le liste Pannella-Bonino. Esso ricostruiva il processo di progressiva degenerazione partitocratica subito, dal dopoguerra ad oggi, della nostra democrazia costituzionale. Era una analisi, non solo una denuncia. Non ha senso agitare il libretto giallo de “La peste italiana” come fosse il libretto rosso di Mao, cui aderire fideisticamente. Esso deve servirci per individuare le contraddizioni, gli spazi lasciati aperti per perseguire una lotta politica di alternativa democratica. E’ ciò che il partito radicale ha fatto in tutta la sua storia, con successi a volte significativi e con insuccessi e sconfitte, usando le armi della democrazia rappresentativa, della democrazia diretta e della nonviolenza. A meno di non ritenere che il regime sia talmente monolitico e pervasivo da non consentire non solo qualsiasi alternativa ma qualsiasi opposizione. I fatti di questi anni hanno dimostrato il contrario. Tutti gli equilibri del regime sono stati sconvolti. Fatti e soggetti radicalmente nuovi si sono affermati, anche se la mancanza di progetti autenticamente democratici e di cultura istituzionale li porta ineluttabilmente ad accettare i vizi strutturali del regime.
Chi, come i radicali, ne aveva la cultura, le idee e gli obiettivi, ha lasciato il campo ad altri che sono solo portatori di una cultura confusamente populista, giacobina, perfino nazionalista. E’ vero che il regime ci ha dimostrato di avere le capacità di scegliersi non solo chi deve gestire il potere ma anche le opposizioni. Ma i radicali hanno ceduto il campo senza neppure tentare di reagire e quando lo hanno fatto si sono affidati all’unico nobilissimo ma marginalizzato tema delle carceri e della giustizia, innalzando la bandiera di Amnistia giustizia e libertà. Devono al contrario essere risollevate invece tutte le bandiere della storia radicale, democratiche, liberali, libertarie, ambientaliste, federaliste, transnazionali. E che i diritti civili e i diritti umani non debbano essere affermati e difesi solo nel momento estremo del carcere e della detenzione ma in ogni momento critico della vita delle persone e dei popoli quando essi siano negati, conculcati, soppressi.

Il comitato di sostegno a Pannella non serve nemmeno a Pannella
La sensazione è che molti del gruppo dirigente del Partito Radicale e di Radicali Italiani pensino che per il partito non ci sia più nulla da fare e si accingano anzi con scelte formali che non sono mai state adeguatamente né pubblicizzate né discusse a gestirne la liquidazione o almeno a predisporne le condizioni e le premesse. Non è un processo alle intenzioni. Nella stessa direzione si muove del resto chi ha teorizzato in questi ultimi tempi che compito e funzione del partito debba essere di assicurare al suo leader carismatico un comitato di sostegno delle sue iniziative e dei suoi obiettivi politici. Ma questa concezione assegna in pratica al partito un ruolo parassitario, in tutto dipendente dal suo leader e dalle sue iniziative politiche e nonviolente.
Al contrario, a parte l’esercizio della leadership, che deve essere laicamente e democraticamente valutata, il carisma di un leader come Pannella, a cui dobbiamo tanto e a cui tanto deve il Paese, sia una grande risorsa anche militante e un valore aggiunto dell’azione collettiva del partito.
Niccolò Figà Talamanca nella direzione notturna durante l’ultimo congresso usava l’esempio nautico per ribaltare questa concezione: “La leadership – diceva – serve da bussola e non da timone, credo che sia responsabilità di una classe dirigente quello di reggere ognuno il timone sapendo qual è la direzione, piuttosto che lasciare la ruota perché tanto c’è il leader”.
E se guardiamo alla nostra storia, questo è ciò che è sempre avvenuto. Senza Pannella dopo la crisi del Mondo non ci sarebbe stato nessun partito radicale ma senza i radicali organizzati in partito non ci sarebbe stata nessuna storia radicale.

Le sfide della comunità radicale
Ecco perché la priorità oggi per me e spero per molti compagni radicali che decideranno di affrontare il costo della partecipazione attiva al congresso è quella di far vivere nuovamente la comunità Radicale, partendo dal Movimento Radicali Italiani.
Solo la ritrovata vitalità di questa comunità potrà dare una risposta adeguata alla prima domanda che oggi occorre farci: nel contesto attuale, quale ruolo possiamo ricoprire come Radicali? Le proposte che per decenni abbiamo avanzato, anticipando temi e questioni che solo oggi – soprattutto grazie alle sollecitazioni esterni al sistema politico italiano – sono entrate nell’agenda politica, sono ancora valide? E qual è il nostro compito?
Solo un grande e aperto dibattito fra tutti noi potrebbe trovare risposte adeguate, per nulla facili data la nostra debolezza e le nostre difficoltà ad entrare in relazione con i bisogni, le aspettative, i desideri di cambiamento che attraversano in maniera sempre confusa la società soprattutto in un momento in cui le risposte facili vengono da chi propone soluzioni e illusioni populiste mentre le nostre sono necessariamente risposte controcorrente, risposte difficili. C’è spazio per noi? Lo spazio ce lo dobbiamo conquistare come sempre abbiamo fatto.
Altro interrogativo strettamente legato al primo è quello della reale possibilità di incidere su quello che per decenni è stato il faro principale della nostra vita politica nazionale e transnazionale: il progetto europeo. Nel contesto dato il movimento radicale come può incidere e tornare ad essere soggetto protagonista contro il disgregarsi di un progetto federalista?

Il federalismo europeo, uninominale e municipale
Le grandi città, le città metropolitane sono forse le realtà sociali maggiormente investite da trasformazioni che portano con sé grandi disagi e conflittualità, ma non accompagnate da soluzioni di governo: violazioni di diritti per le quali si rende necessario il ricorso a giurisdizioni internazionali.
Sono al contempo lo scenario in cui, in particolare nella realtà italiana, il sistema dei partiti sta mostrando segnali di grave crisi o di vera e propria implosione per l’incapacità di esprimere una classe dirigente all’altezza delle sfide di governo. Gli apparati clientelari, partitici e sindacali cresciuti in modo parassitario intorno all’erogazione dei servizi pubblici locali e ad ogni aspetto della vita amministrativa locale sono una delle facce del regime che più danneggia la qualità della vita dei cittadini e l’esercizio dei loro diritti.
Le grandi aree urbane e le regioni sono i luoghi in cui è più urgente una riforma degli assetti istituzionali in senso federalista. Una riforma che garantisca più condivisione, partecipazione e offra soluzioni strategiche di governo, anche attraverso sistemi elettorali basati sul modello uninominale e rendendo effettivi gli strumenti di iniziativa popolare.
Non sfugge che questa lettura si lega profondamente all’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa, nella convinzione che la possibilità di dar vita a istituzioni federali sovranazionali dipenda in misura non trascurabile, ma spesso trascurata, da quanto il federalismo sia stato interiorizzato culturalmente da una comunità. Chi meglio di un movimento radicale può giocare oggi questo ruolo?