profilo“Alcune delle battaglie storiche dei radicali sono diventate, negli anni, luoghi comuni”. Così Marco Pannella, in un suo recente intervento al Comitato nazionale di radicali italiani, ha sintetizzato quel processo di trasformazione – della società, della cultura e della politica – per cui quelle che all’inizio apparivano come iniziative isolate di una piccola avanguardia radicale, si sono poi trasformate in proposte condivise, in istanze allargate e in rivendicazioni collettive. Uno degli esempi più chiari di questo meccanismo è quello relativo alla campagna per la legalizzazione della cannabis. E, infatti, possiamo dire che su questo argomento una parte affatto trascurabile delle istituzioni e dell’opinione pubblica italiana ha preso una posizione netta. Una posizione molto vicina a quella da tempo delineata dai radicali. A guardare anche solo all’ultimo anno e mezzo, molti sono stati gli accadimenti che confortano questa argomentazione. Il primo – e anche quello dalla portata più significativa – è stato quello della sentenza con cui la Consulta ha dichiarato l’incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi. Un altro parere decisivo è arrivato dalla Direzione nazionale antimafia che, nella sua relazione annuale ha auspicato – dato “il totale fallimento dell’azione repressiva” difronte a un fenomeno ormai “endemico” – che il legislatore valuti se non sia opportuna una “depenalizzazione della materia”. Il 2015 è stato, poi, l’anno in cui, su iniziativa di Benedetto della Vedova, si è costituito un intergruppo parlamentare per la legalizzazione, che ha depositato una proposta di legge per disciplinare la produzione, la vendita e il consumo di cannabis. Si tratta del testo che ha raccolto il maggior numero di sottoscrizioni nell’intera Legislatura: oltre 250 tra deputati e senatori. Questo ampio consenso parlamentare ha consentito che il testo rientrasse nel piano di calendarizzazione trimestrale della Camera: cosa che, verosimilmente, consentirà, una sua assegnazione alle Commissioni competenti già a gennaio. Anche sul fronte della cannabis terapeutica qualcosa di concreto comincia a realizzarsi: è stato siglato a settembre dello scorso anno un accordo tra il ministero della Salute e quello della Difesa per affidare allo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze la produzione di cannabis a scopi terapeutici necessaria a soddisfare il fabbisogno nazionale. Da ultimo, va rilevato il cambiamento di vertici al Dipartimento per le politiche antidroga con la sostituzione di Patrizia De Rose a Giovanni Serpelloni. Una gestione meno politica e più tecnica, quella della De Rose, ma che ha consentito un più ampio confronto tra le parti.
Sia chiaro: i rilievi positivi qui evidenziati sono da intendersi all’interno di un sistema ancora pesantemente gravato da accanimenti punitivi nei confronti dei consumatori (l’uso personale, sebbene non abbia rilevanza penale, non è ancora pienamente depenalizzato, la coltivazione per uso personale è un reato, il consumo di gruppo è punito quando è accertata la cessione della sostanza); dal collasso del sistema dei servizi per le dipendenze; dalla quasi totale assenza del ricorso a misure alternative alla detenzione per i consumatori problematici; dal vuoto di interventi di riduzione del danno sociale e sanitario; da resistenze e intralci agli adempimenti già previsti dalla legge per l’accesso alle cure con cannabis medica (si pensi che in questi giorni circola una bozza di decreto legge del Ministero della Salute che prevede, tra altre cose contestabili, anche il divieto di guidare e lavorare per almeno 24 ore successive all’ultima assunzione di cannabis terapeutica. Un divieto che non esiste nemmeno per la morfina). Nonostante questo quadro complessivo, tuttavia, credo sia opportuno guardare, nella nostra analisi, con grande attenzione alle nuove possibilità che si aprono, e tentare di forzare anche i piccoli spiragli, individuando le politiche più adeguate a un contesto sempre nuovo.

Perché legalizzare la cannabis
L’argomentazione presentata come decisiva da molti fautori della legalizzazione, quella su cui convengono anche molti scettici, pare essere quella di tipo economicistico: legalizzare la cannabis toglierebbe mercato alle mafie. Questo è vero, ma occorre specificare che le mafie fanno affari solo in parte (la più piccola) con la cannabis: il resto del business è costituito dal traffico di altre droghe. Secondo le stime contenute nella Relazione annuale del Dipartimento per le politiche antidroga, infatti, il consumo di sostanze stupefacenti sul territorio nazionale si aggirerebbe intorno ai 12.7 miliardi di euro (una stima, in realtà, molto prudente). Di questi solo 3.4 miliardi sarebbero gli introiti per la cannabis, mentre il resto sarebbe riconducibile al mercato delle droghe pesanti: 6.4 miliardi per la cocaina, 1.6 per l’eroina, 1.3 per altre sostanze. La guerra alla droga condotta dal proibizionismo è un conflitto che negli anni ha causato dei danni molto gravi e sul piano della giustizia e su quello sanitario e sociale. In particolare, per quanto riguarda la cannabis, le ragioni più forti per una campagna a favore della legalizzazione sono proprio quelle espresse dalla Direzione nazionale antimafia: non si può continuare a criminalizzare un comportamento tanto diffuso da essere paragonabile “a quello del consumo di altre sostanze lecite (ma il cui abuso può del pari essere nocivo) come alcool e tabacco”. Non criminalizzazione un comportamento così radicato – fra 1,5 e 3 milioni i Kg di cannabis venduti ogni anno – vuol dire meno pressione sul sistema penitenziario, su quello giudiziario e delle operazioni delle forze dell’ordine. Nel 2014 il 49,16% delle persone segnalate all’autorità giudiziaria per violazione dell’articolo 73 del Dpr 309/90 (detenzione e spaccio) sono state segnalate per cannabis; mentre addirittura il 79% delle persone segnalate per violazione dell’articolo 75 (consumo) erano utilizzatori di cannabis. Ancora, va rilevato come nel 2014 la percentuale di ingressi in carcere per violazione dell’art. 73 sia stata del 28,3% (anche se in netto calo rispetto a quella dei due anni precedenti). Tutto ciò ha naturalmente dei costi economici. Secondo una stima presentata nella Relazione al Parlamento del 2012 i costi imputabili alle attività di contrasto ammonterebbero a circa 2 miliardi di euro, di cui quasi la metà (48,2%) per la detenzione, il 32,6% per le attività erogate dai tribunali e dalle prefetture, e il 18,7% per le attività delle forze dell’ordine. Ma possiamo affermare, a buon diritto, che i prezzi più alti sono stati quelli determinati in termini di creazione di un disagio e di una marginalizzazione sociale. Marginalizzazione e disagio pagati anche dai malati che in questi anni non hanno avuto accesso alle terapie a causa di un sistema criminogeno che ha ostacolato per ragioni esclusivamente culturali l’accessibilità alle cure con cannabinoidi (nel 2013 appena 60 pazienti hanno potuto ottenere il farmaco importato dall’Olanda, il Bedrocan).

Perché legalizzare tutte le altre droghe
Se, da una parte, non è vero che chi consuma cannabis finisce con il consumare tutte le altre droghe (ogni statistica concorda su questo), può darsi che chi risulti favorevole alla legalizzazione della cannabis si convinca della necessità di legalizzare anche tutte le altre droghe. Anche qui verrà messo da parte l’argomento economicistico per focalizzare l’attenzione sui danni del proibizionismo sulla giustizia, sulla salute e sulla creazione di isolamento sociale. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a una campagna mediatica allarmistica su droghe e discoteche. Per questa ragione occorrerà innanzitutto sgombrare il campo da alcuni equivoci. Dal 1999 al 2013 i decessi per intossicazione acuta da droghe in Italia sono calati da 1.002 a 344 (dati della Relazione annuale della polizia di Stato, 2014). Sebbene i casi di morte siano in netto calo, i consumi di tutte le droghe pesanti – ad eccezione di una lieve inflessione della cocaina – sono in salita: 430mila italiani hanno consumato cocaina nell’ultimo anno, 320mila eroina e oppiacei, 200mila stimolanti e 120mila allucinogeni (dati dello studio IPSAD). E insieme ai consumi sono in attivo anche tutti i rischi sanitari connessi: ancora troppo bassi sono i livelli di screening delle malattie infettive, non solo quelle sessualmente trasmissibili, anche delle persone già in trattamento presso i Ser.d. Livelli che si attestano a percentuali inferiori al 50% per il virus HCV, quello dell’epatite C (malattia responsabile di 8-10mila decessi all’anno), e ancora più basse per quello dell’HIV. Anche la diminuzione del fenomeno dell’overdose sebbene – come già ricordato – in calo dagli anni ’90, non sembra più così stabile, e necessita di continui monitoraggi investimenti e pratiche terapeutiche per essere mantenuta tale. Pratiche e interventi che appaiono sempre più faticosi dato che, con i tagli alla Sanità, risultano fortemente ridimensionati anche servizi essenziali come quelli forniti dalle comunità terapeutiche. In questo quadro, non possono essere rimandati ancora interventi minimi come quelli di riduzione del danno, con unità mobili che oltre ad offrire servizi come quello del “drug checking”, ovvero dell’analisi delle sostanze che si intende assumere (solo nell’ultimo anno, 54mila studenti italiani hanno dichiarato di aver consumato sostanze senza sapere di cosa si trattasse, studio ESPAD), rappresentano un primo contatto tra possibili consumatori problematici con operatori specializzati. E ancora un intervento minimo e immediatamente realizzabile è quello della presa in carico nelle strutture detentive dei tossicodipendenti. Infatti, in carcere un detenuto su 4 è tossicodipendente: in genere si tratta di persone che non si sono mai accostate ai servizi di trattamento della propria dipendenza, e che usciranno senza aver mai ricevuto cure adeguate.
Il passaggio da un sistema di criminalizzazione a uno basato sulla prevenzione e sul trattamento è un passaggio possibile, realizzabile con meno sforzi e risorse di quelli impiegati nella lotta alla droga e, soprattutto, ha dalla sua una maggiore efficacia. È quanto, molto concretamente, è stato realizzato in Portogallo, dove dal 2001 una legge ha decriminalizzato l’uso di tutte le droghe. Il consumo di qualsiasi stupefacente è considerato alla stregua di un illecito amministrativo e non interessa più in alcun modo l’ambito penale. Chi viene trovato in possesso di sostanze in quantità considerate per uso personale deve comparire, entro tre giorni, davanti a una Commissione composta da un medico, un assistente sociale e un avvocato. Questi hanno l’obiettivo principale di individuare un percorso riabilitativo e l’eventuale bisogno di assistenza medica. Sono l’unico ente che può valutare i casi di detenzione e consumo di droga e eventualmente comminare sanzioni (che, di fatto, vengono comminate nel 15% dei casi). In tre quarti dei casi, la commissione valuta la situazione come “non a rischio” e si limita a un ammonimento verbale, che porta alla cancellazione della vicenda in pochi mesi. Gli esiti di questo provvedimento di decriminalizzazione sono sbalorditivi: tra il 2001 e il 2006, l’uso di droga tra i giovani di età tra i 13 e i 18 anni è calato per quasi tutte le sostanze considerate e, in generale, il consumo di sostanze da parte dei portoghesi rimane al di sotto della media europea. La percentuale di persone in carcere per reati connessi alla droga è passata dal 44% nel 1999 al 24% nel 2013, mentre la quantità di sostanze sequestrate dalle autorità è addirittura aumentata: indice del fatto che il contrasto al traffico di droga è rimasto uguale. Nel frattempo, sono diminuiti i nuovi casi di Hiv e Aids (nel 1999, il paese aveva la percentuale più alta d’Europa). Infine, anche le morti legate all’uso di eroina, in aumento costante dalla fine degli anni Ottanta, sono scese da 281 nel 2000 a 16 nel 2012. Quella portoghese non è stata una legalizzazione, bensì – come detto – una decriminalizzazione, tuttavia dimostra come il principio per cui si fanno emergere e si riportano nell’ambito della liceità gli aspetti sommersi legati all’uso delle droghe risulta davvero come la più utile strategia di riduzione del danno. La strada, insomma, è segnata: questa è la sfida di tutte le future campagne governative e di tutte le politiche sulle droghe, ed è su questa sfida anche noi radicali dovremmo sviluppare le nostre proposte e le nostre prossime battaglie.