1385903_346378062163684_1940998355_nNuove prove ci riserva il futuro, complesse e impegnative per un rilancio del Paese di matrice radicale: l’integrazione degli immigrati; l’inclusione sociale di fasce di popolazione un tempo pienamente inserite e ora poste ai margini della società; nuove politiche economiche, bancarie, finanziarie e fiscali per superare la crisi, non limitandosi più all’uso di soli palliativi, inutili o dannosi; conoscere e soprattutto capire come la tecnologia e il progresso conseguente stiano incidendo profondamente sul mondo del lavoro, le politiche industriali, le relazioni sindacali.
Saper prevedere i moti in atto, rappresentarsi in anticipo i futuri cambiamenti richiede uno sforzo di fantasia e creatività, doti politiche necessarie per concepire opportunità e orizzonti nuovi che si manifesteranno nei decenni futuri. Lo sfondo comune a tutti è rappresentato dalla globalizzazione, che ha bisogno di esser governata per non esserne gestiti. Ciò è necessario perché non solo noi, ma tutti i cittadini del mondo siano in grado di conoscere quanto li circonda per potere essere messi in condizione di compiere un “salto”, un progresso ulteriore: avere i mezzi perché dalla conoscenza diffusa possano, i più capaci, i più intelligenti – nel senso etimologico della parola – poter elaborare e proporre nuove proprie conoscenze da condividere.
Sergio Rizzo ha affermato, in un’intervista rilasciata a Radio Radicale, che la precondizione domestica perché si possa migliorare la situazione di degrado diffuso, sociale, economico, politico, istituzionale è palese: è necessario un maggior investimento in scuola, università, istruzione, perché solo in questo modo si potranno affrontare le sfide che ci attendono, per elevarci al rango di cittadini e non più sudditi, in questo mondo divenuto piccolo ma per molti ancora ignoto. E’ necessario un forte investimento in denaro, ma soprattutto in idee per avere nuove prospettive. Possibile, ma il cammino è accidentato da numerosi ostacoli.

La cronica assenza di investimenti materiali
I dati segnalano che non esiste una concreta volontà di investire nel futuro, la realtà è diversa dalle dichiarazione pubbliche di maggioranze e opposizioni, le prime piene di parole senza fatti, le seconde pronte a mantenere lo status quo per godere di rendite di posizione, dei voti di docenti che hanno un mestiere che svolgono in modo meccanico, come in una catena di montaggio. Servono volontà e mezzi, perché il nostro sistema di istruzione è costantemente “dotato” di risorse insufficienti. I dati OCSE ci dicono che l’Italia è ultima per investimenti in istruzione: su un campione mondiale di 37 paesi, l’Italia è quello che investe di meno per scuola, università e ricerca: appena l’8,6% del PIL contro la media OCSE pari al 12,9%.
La gran parte della spesa è destinata all’istruzione primaria, secondaria, meno per la terziaria. Quella universitaria è molto meno premiata in investimenti, a differenza dei paesi OCSE, che investono anche sulla formazione universitaria ottenendo migliori prestazioni in termini di formazione, ricerca, sviluppo, che si trasforma in impresa, lavoro, ricchezza diffusa, non solo materiale. I Paesi che riescono a sostenere la competizione globale investono nell’Università circa i 2/3 dei fondi pubblici totali a disposizione. In Italia, invece, ci si ferma a un misero 24,5%, solo 1/4 .
Che l’istruzione non sia una priorità per la politica è dimostrato anche dai dati stimati per il 2020, anno in cui l’Italia avrà ancor meno giovani laureati rispetto agli altri paesi UE. Così rinunciamo alle nostre “punte di diamante” rimanendo il Paese con la più bassa percentuale di laureati rispetto ai paesi europei più dinamici e integrati a livello globale.

L’ostacolo agli investimenti in idee
Investire su nuovi progetti e idee. Questo è il passo più difficile da compiere perché il cambiamento è fonte di paura e insicurezza. E’ invece necessario e importante che i docenti siano valutati per i risultati effettivamente ottenuti e che tra loro sia poi valorizzato chi merita. Ma cos’è il merito? Non si può limitare la faccenda ad una mera questione di numeri, di carte da compilare per qualche burocrate del MIUR. Il merito si fa emergere in modo radicale, mediante l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Far conoscere a studenti e famiglie l’amara verità, cioè che non tutte le università sono in grado di formare allo stesso modo, che non tutte dotano di un titolo effettivamente spendibile sul mercato del lavoro, è difficile ma necessario. Il mercato privato già seleziona i giovani in base non al pezzo di carata, ormai necessario solo per concorsi pubblici e professioni ordinistiche. Per il mercato del lavoro privato, del curriculum si legge prima l’università frequentata, solo poi il voto di laurea ottenuto. Di solito gli studenti amano i professori che elargiscono con generosità buoni voti, non quelli che preparano e richiedono un duro e costante impegno, obiettivo faticoso da raggiungere, non alla portata di tutti, ma necessario per il progresso del singolo e dell’intero genere umano. Oggi invece la scelta premia le Università “generose” nei voti, illudendo i futuri Dottori.
In una prospettiva di effettiva autonomia le scuole, di qualsiasi livello, dovrebbero essere poste in sana competizione per migliorare la media del livello di istruzione reso. Si propone una radicale mutazione del modello sociale, ove lo studente possa scegliere la scuola migliore, quella più adatta alle proprie esigenze.
Il primo mattone, lo si ripete, è rappresentato dalla nostra storica proposta: l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Il pezzo di carta posto in mano dello studente a fine corsa non conta se dietro non vi sono effettive conoscenze acquisite. Per far emergere il merito c’è necessità del suo effettivo riconoscimento, metro da usare per attribuire incarichi di responsabilità in materia di ricerca e di didattica.

L’attuale opacità nell’assunzione di responsabilità
Per aversi un’autonomia effettiva della scuola dell’obbligo, abbiamo la necessità di disegnare una nuova figura del preside. Deve rappresentare la guida e deve avere il potere di assumere la responsabilità, l’onere dell’organizzazione della propria scuola, non limitandosi alla selezione delle materie facoltative. Al contrario, per disporre di un collegio docenti che faccia squadra, deve poter avere la reale possibilità di sceglierli personalmente, assumendosi la responsabilità delle scelte. Attualmente i concorsi sembrano fatti apposta per impedire di far emergere le reali capacità dell’aspirante insegnante. I numeri non sono opinioni e il numero dei partecipanti ai concorsi è irrazionale e causa dell’inefficienza dell’attuale sistema di selezione. Dobbiamo cambiare paradigma e avere il coraggio di essere impopolari proponendo selezione aperte e trasparenti, premiando i più capaci e incentivando la “missione” degli insegnanti.
Nel modello proposto, se il preside non sarà all’altezza del proprio compito, se preferirà insegnanti non sufficientemente adeguatamente preparati, i genitori (e, speriamo, anche qualche figlio) potrebbero indirizzare la propria scelta in un diverso, migliore istituto. Se si hanno a cuore le sorti del sistema formativo e del nostro futuro, dobbiamo avere il coraggio di proporre, anche nell’Università, dipartimenti composti di docenti responsabilmente selezionati per mezzo di procedure trasparenti. Per questa via si genererà un percorso virtuoso che possa consentire al personale docente migliore, quello più preparato e aggiornato, di “ottenere per attrazione” una quota maggiore di fondi e di incrementare il numero di studenti.

Il duplice ruolo dello Stato
Deve avere un controllo effettivo dell’efficienza e efficacia dell’insegnamento impartito mediante l’impiego di visite random, con ispettori che arrivano a sorpresa, come i parlamentari nelle carceri, senza preavviso, verificando la qualità dell’offerta didattica e la correttezza della gestione amministrativa;
Deve divulgare, in modo semplice e accessibile a tutti, le informazioni relative a qualità e caratteristiche delle singole scuole e dipartimenti, per dare la reale possibilità di scelta ponderata della scuola o università da frequentare a tutti.
Tornando al “merito”, è ormai evidente che si mira alla creazione di una sana concorrenza tra le scuole. La strada da intraprendere passa per la libertà di insegnamento delle scuole private. Essendo italiani ben conosciamo la potente macchina corrosiva clericale, col suo apparato di scuole confessionali. Certamente non è questo il modello proposto, poiché siamo coscienti che “di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno”. Noi abbiamo a mente il modello delle “scuole libere” in Svezia, paese famoso per l’efficienza e la democraticità effettiva dello stato sociale.
Si deve introdurre il sistema dei “voucher” per garantire un’alternativa alla istruzione pubblica – al medesimo costo sostenuto nel caso di scelta di istituti pubblici – agli studenti. Il sistema dei voucher svedese garantisce ad ogni studente un importo da spendere in istruzione pari al costo medio sostenuto per frequentare una scuola pubblica. In tal modo non ci sono aggravi di costi di iscrizione e il denaro “segue lo studente”. In fondi non vengono versati al genitori ma direttamente all’istituto privato che lo studente decide di frequentare, il voucher è quindi del tutto virtuale evitando i soliti “imbrogli” italiani.
In questo modo, si disinnesca la burocrazia che in Italia, radicalizzando il concetto, ostacola il cittadino perché progettata per autoalimentarsi e non per fornire servizi al pubblico. Avremmo uno sviluppo di scuole private (non confessionali, lo si ripete, poiché se così non fosse la Chiesa cattolica trasformerebbe l’occasione di potenziale crescita sociale in una ennesima fonte di arricchimento senza merito) generando una sana, virtuosa concorrenza. Finalmente avremo delle scuole private che non saranno un privilegio per studenti ricchi, ma al contrario, rappresenteranno un effettivo aiuto per studenti meno abbienti.
Infine, per quanto riguarda il mondo universitario, non tutti sanno che le tasse coprono appena il 10 % delle spese totale. Il resto è pagato da tutti (quelli che pagano le imposte), sono spese sostenute con la fiscalità generale generando l’iniquo paradosso attuale: la maggior parte dei costi universitari sono pagati da tanti lavoratori dipendenti che probabilmente non potranno mai mandare i figli all’università. Mentre i figli di imprenditori, professionisti, dei benestanti insomma, qualcuno probabilmente anche evasore, possono studiare quasi gratis.
Liberare le università dal vincolo di un preponderante finanziamento pubblico, dando ai dipartimenti la possibilità di concorrere in maniera significativa al proprio fabbisogno è vitale per il nostro futuro.
Liberalizzare le tasse è l’unico modo che le università hanno per creare risorse aggiuntive da destinare all’erogazione di borse di studio.
Proponiamo quindi anche l’istituzione di borse di studio effettive, cioè sostanziose, in grado di garantire il pagamento di vitto, alloggio, libri, e magari permettersi anche la visione di un film ogni tanto. Unica condizione: dimostrare di essere studenti meritevoli.
Così si supererà anche lo “scandalo” delle borse Erasmus. E’ consequenziale il fatto che l’attuale sistema, con bassi importi erogato, consenta solo a studenti ricchi la possibilità di fare utili e formative esperienze di studio all’estero. L’attuale sistema di borsa di studio Erasmus non consente al povero, anche se capace e meritevole, come dice la Costituzione, di studiare al meglio, anche all’estero.

Conclusioni
Riformare la scuola, l’università, il sistema formativo nel suo complesso, responsabilizzando e premiando i docenti (e gli studenti) rappresenta il passo fondamentale da compiere per dare nuovamente all’istruzione il ruolo di volano di sviluppo culturale, quindi economico, sociale, politico, ma che sia ben chiaro a tutti quelli che pretendono senza dare: nessuna vera riforma è attuabile a costo zero.