aleLe donne, gli omosessuali, i rom, gli immigrati, i malati, i detenuti, le coppie con problemi di fertilità: pare che in questo paese i diritti civili possano essere rivendicati, concessi e difesi soltanto se declinati per categorie. Il che, sul piano formale, implica necessariamente la formulazione di un giudizio di merito sulla maggiore o minore “dignità” di cui ogni singola categoria possa essere accreditata, giudizio che di fatto si basa sul parere soggettivo di chi lo formula, ancorché venga attribuito spesso e volentieri a un non meglio identificabile “senso comune”; e nella sostanza finisce per fondarsi (anche) sul minore o maggiore peso che ciascuna di quelle categorie riveste in termini di pressione politica e capacità di porre le proprie istanze all’attenzione di un’opinione pubblica sempre più manipolabile e manipolata.

E’ emblematico, a tale proposito, il caso delle unioni civili, a lungo negate in nome del fatto che la formalizzazione di una coppia formata da persone dello stesso sesso avrebbe “offeso” talune sensibilità”, e soltanto dopo un lungo e tortuoso percorso, finalmente, concesse (se non altro a livello progettuale), ma con la significativa esclusione delle coppie eterosessuali. Come se dall’originario (e odioso) giudizio di merito non si potesse sfuggire, se non declinandolo in modo diametralmente opposto.

Categorie. E quindi, di fatto, sindacati, cui è necessario appartenere, volenti o nolenti, per tentare di rivendicare quanto sarebbe più ragionevole ricondurre alla semplice qualifica di cittadini, per non dire di esseri umani. Sindacati che fanno e disfano muri, barriere, discriminazioni: tra uomini e donne, tra sposati e non sposati, tra omosessuali e eterosessuali, tra italiani e stranieri, e poi nell’ambito di questi ultimi tra rifugiati e migranti economici. Un’impostazione grossolana e implacabile, che non lascia scampo e che conduce, per parcellizzazioni successive, a un unico esito possibile: qualcuno, qualche categoria, deve sistematicamente restare fuori.

E non è tutto. L’effetto collaterale di questo approccio, che oggi mostra impietosamente i propri limiti in qualche decina di campi diversi, è la proliferazione di (autentici o sedicenti) “corpi intermedi” di rappresentanza che finiscono per diventare, inevitabilmente, centri di potere politico ed economico. A Roma, per qualche decennio, le politiche sui rom sono state elaborate dall’amministrazione insieme ad associazioni che si proclamavano rappresentanti dei loro destinatari: il risultato, balzato drammaticamente agli onori della cronaca con l’esplosione di “mafia capitale”, è stato il perpetuarsi della degradante politica dei campi e il contemporaneo (e indebito) arricchimento delle clientele che su quella politica hanno continuato a lucrare: con buona pace dei rom, che delle risorse impiegate avrebbero dovuto essere i fruitori finali e che invece le hanno soltanto potute guardare mentre gli passavano davanti.

La soluzione, che astrattamente sembra fin troppo evidente ma che nel dibattito pubblico tende ad essere marginalizzata, se non del tutto silenziata (e le inchieste come quella romana danno fin troppo chiaramente conto del perché), è tentare di spezzare il legame della “categoria” e ragionare, per quanto possibile, in termini individuali. E’ quello che è stato fatto a Roma con le delibere “Accogliamoci”, che promuovono percorsi di inclusione concordati tra l’amministrazione e le singole famiglie rom, senza l’intermediazione di alcuno; è quello che si potrebbe e si dovrebbe fare in relazione ai servizi per i disabili, i malati, gli anziani, dando loro la possibilità di spendere un “buono” corrispondente al valore dell’assistenza di cui necessitano reperendola sul mercato, e quindi da un lato restituendo una libertà di scelta che l’attuale sistema sottrae, e dall’altro sottraendo alle cooperative un monopolio che non ha alcuna ragione di esistere se non nell’esigenza di attribuire loro un potere.

E’ l’impostazione, in termini più generali, che dovrebbe essere adottata per le droghe, sgomberando il campo da concetti metapolitici come quello della “cultura dello sballo”, che finiscono per diventare discriminanti oltre che del tutto inutili per la risoluzione del problema; per le unioni civili e il matrimonio paritario, saltando l’odiosa fase del “giudizio di dignità” che distingue tra categorie di conviventi e stabilendo, una volta per tutte, che le “famiglie” sono quelle che si dichiarano tali, non quelle che corrispondono a modelli prefabbricati; sul diritto umano all’accoglienza dei migranti, cancellando l’artificiale distinzione tra chi fugge dalla guerra e chi scappa dalla fame; sulla possibilità di scegliere come morire, senza riserve né timore di rivendicarla come un diritto
individuale; sulla salute riproduttiva, l’informazione sessuale nelle scuole, su decine di altri argomenti magari minuti, ma emblematici del modo in cui si concepisce il ruolo delle persone in una collettività.

Si tratta, in estrema sintesi, di ridisegnare il ruolo dei cittadini, di spostare radicalmente l’angolo di visuale sul loro rapporto con le istituzioni: per questo iniziative che scardinino il rapporto perverso tra diritti, categorie e sindacati che le rappresentano dovrebbero essere elaborate e messe in atto a partire dalle città, luoghi nei quali il rapporto tra individui e amministrazione si fa più stretto, più sostanziale, più pragmatico. Alcune di quelle iniziative sono già in campo: non soltanto le delibere “Accogliamoci”, che debbono ancora essere calendarizzate a Roma e costituiscono strumenti efficaci già pronti da adottare anche in altre grandi città italiane, ma anche altri obiettivi che si orientano sulla stessa linea ideale, alcuni dei quali, peraltro, hanno già formato oggetto di alcune campagne radicali: la riforma dei servizi alla persona, la promozione e il rilancio delle famiglie anagrafiche, l’assegnazione di spazi civici ai cittadini saltando l’intermediazione dei potentati locali, l’elaborazione di strumenti condivisi per gestire alcuni servizi delle città.

Su questi ed altri temi, che appaiono cruciali per scardinare il monopolio dei “sindacati dei diritti”, gli strumenti di iniziativa popolare si sono già dimostrati efficaci nel passato: sarebbe quindi opportuno da un lato rilanciarli, e dall’altro formulare proposte per abbattere le “barriere all’ingresso” che ancora li caratterizzano, come la necessità degli autenticatori e l’impossibilità di declinarli per via telematica, rendendoli così ancora più accessibili ai cittadini.